Per chi lavora nel vino, la vendemmia non comincia con il primo grappolo raccolto. In un certo senso, ricomincia non appena finisce quella precedente: da quel momento in poi, tutto il lavoro diventa un lento avvicinamento alla raccolta successiva.

Per questo episodio del Diario ho passato il microfono ad Alessio Sostegni, il nostro enologo, per farci raccontare come si arriva alla vendemmia: cosa sta osservando in queste settimane, che stagione ci aspetta, quali attenzioni richiederà e cosa significa interpretare uve diverse senza perdere il filo di Poggio Antico.


Alessio, a poche settimane dalla vendemmia, cosa stai guardando con più attenzione?

I voli last minute e le check-list per la scuola dell’infanzia! Scherzi a parte, in cantina stiamo terminando le ultime manutenzioni pre-vendemmia. È una fase molto concreta, fatta di controllo, organizzazione e preparazione degli spazi, perché quando le uve iniziano ad arrivare tutto deve essere pronto.

Accanto a questo, abbiamo iniziato i campionamenti delle uve nei vari plot, così da sapere in modo più analitico a che punto siamo con la maturazione. Quest’anno siamo leggermente in anticipo rispetto alle medie storiche, quindi è importante seguire l’evoluzione con attenzione, parcella per parcella.


Com’è stata finora questa stagione e che tipo di uva pensi ci stia consegnando?

È stata una stagione senza mezze misure: siamo passati dall’inverno all’estate in un batter d’occhio, bypassando quasi completamente la primavera.

Nonostante questo e nonostante le temperature alte, dal punto di vista idrico le viti non mostrano segni evidenti di stress: probabilmente le poche piogge sono state assorbite bene dal terreno e radici profonde e piante sane hanno fatto il resto.

Con il Sangiovese, però, le ultime due settimane prima della raccolta sono fondamentali, quindi è ancora presto per dare giudizi definitivi. Personalmente mi aspetto un’annata con vini già equilibrati in partenza e non bisognosi di troppo affinamento.


Quando assaggiamo le uve in vigneto, quali sono i segnali che per te contano davvero?

Sicuramente il sapore in bocca.

Quando l’uva invoglia a farsi mangiare, allora è il momento di toglierla. Sembra una cosa banale, ma per me è un segnale molto importante: i parametri analitici bilanciati, la giusta consistenza della buccia, l’acidità in bocca e la croccantezza dei vinaccioli sono tendenzialmente una conseguenza naturale di quella sensazione.

Le analisi servono, naturalmente, ma l’assaggio resta fondamentale per capire davvero dove siamo.


C’è una scelta tecnica su cui quest’anno pensi dovremo essere particolarmente attenti?

Con un’annata così intensa, potremmo avere una disomogeneità maggiore all’interno dei singoli grappoli.

Per questo motivo abbiamo deciso di testare un nuovo prototipo per la selezione ottica degli acini, così da essere ancora più precisi in questa fase. La selezione è sempre importante, ma in annate come questa può diventare uno strumento fondamentale per rispettare al meglio ciò che arriva dal vigneto.


Pensando ai nostri diversi vini, cambia il modo in cui leggi le uve per ciascuno già prima della raccolta?

Raggiungere la giusta maturazione è fondamentale per esprimere al meglio il potenziale di ogni parcella. Capire le uve di partenza ci permette, a grandi linee, di definire già a monte il protocollo di vinificazione di ogni plot: ogni parcella ha una direzione possibile, e il lavoro sta nel riconoscerla prima di forzarla.

Lo stesso vale per i vini: Rosso, Brunello, Riserva, Vigna I Poggi non chiedono tutti la stessa lettura. Alcune uve possono avere un ruolo diverso a seconda di come vengono interpretate e vinificate.


C’è qualcosa che questa stagione ti ha fatto capire meglio del nostro modo di lavorare?

È sempre più chiaro per me che fare vino è un po’ come essere genitore: attenzione e amore devono essere costanti, dalla vendemmia al bicchiere, su tutti i vini.

Ognuno ha il proprio carattere e deve essere interpretato di conseguenza. Ad esempio, effettuare lunghe macerazioni sulle uve dei fondovalle sperando di inserirle nel blend del Brunello non avrebbe senso; quelle stesse uve, però, se gestite in maniera più delicata, diventano imprescindibili per il Rosso di Montalcino.

Questo, secondo me, racconta bene il nostro modo di lavorare: non esiste una ricetta uguale per tutto. Esiste la capacità di leggere ogni uva per quello che può dare davvero.


Cosa ti piacerebbe che chi beve Poggio Antico riuscisse a percepire, anche senza conoscere tutto il lavoro che c’è prima della vendemmia?

Ci sono tanti modi di fare vino. Mi auguro che, bevendo Poggio Antico, emerga il nostro: un’interpretazione fondata su coerenza e continuità, sulla nostra storia, sul nostro modo di lavorare e sulla ricerca costante di una qualità riconoscibile nel tempo.

Nel bicchiere, questo significa ritrovare l’eleganza dell’altitudine dei nostri vigneti e il modo in cui ogni annata lascia su di essi la propria impronta.